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04 Agosto 2007, 00.00
Vestone
El mercà dèla Nòza /2

Una testimonianza diretta


Noi nozzesi il mercato lo viviamo sempre con rinnovata intensità, fa parte della nostra cultura. I ricordi più significativi sono quelli legati agli anni Cinquanta quando abitavo dai “Brachi”...
Il mercato è sicuramente fonte di ricordi per tutti quelli che lo hanno frequentato per parecchi anni. Ogni mercato, pur ripetendosi, ha sempre un fascino diverso. Tutti abbiamo visto all’opera “I signori delle tre campanine” (o carte), le donne che toccano i tessuti dei vestiti esposti per valutarne la qualità, gli ambulanti che cercano di trattenerle per vendere, il caos delle persone, nuove a prima vista. Comunque per noi Nozzesi oltre che della tradizione, il mercato fa parte della nostra cultura per cui lo viviamo sempre con rinnovata intensità.

I ricordi più significativi che ho del mercato sono quelli legati agli anni Cinquanta quando abitavo dai “Brachi” (attualmente edificio in cui si trova il Ristorante Croce Bianca).
La “Croce Bianca” al piano terra aveva mantenuto lo stallo (attuale orefice e ufficio assicurativo) e il resto, “ el sot loza”( ancora intatto) veniva usato come deposito (a pagamento) di biciclette.
Io, durante le vacanze scolastiche, mi alzavo al mattino e curiosavo gli ambulanti intenti a montare le loro bancarelle.
Le mucche arrivavano ancora all’alba precedute dai suoni dei campanacci.

Il mercato cominciava nella “piaseta del formai” (attuale piazza del Bar Tabacchi) e gli ambulanti sfruttavano tutti i piccoli spazi, compresi i marciapiedi del ponte dove non c’erano bancarelle, ma le mercanzie erano esposte su teloni adagiati a terra. Anche tutta la piazza Garibaldi era adibita a mercato che proseguiva fino al "mercat dèle vache” e che terminava davanti alla casa Roncetti.
Il “mercat dèle vache” era cintato da un muro, intervallato in più punti da accessi e all’interno c’erano numerose file di catene dove venivano legati i bovini.
In fondo al piazzale, verso il fiume, era predisposto lo spazio per il pollame, i suini e gli ovini.

I “sensai” , con il commerciante e i contadini, iniziavano presto le contrattazioni che regolarmente finivano all’osteria innaffiate da numerosi bicchieri di vino.
Un odore usuale del mercato era quello della trippa che veniva preparata ancora la sera precedente.
Caratteristici erano gli uomini con lo zaino a spalle, il cappello in testa, la giacca di velluto e il panciotto, mentre le donne in inverno portavano il classico scialle nero, calze lunghe di cotone nero o marrone, quelle anziane, gonne lunghe fino alle caviglie.

Sul mercato ogni tanto c’era qualche commerciante “strano” come quello che vendeva l’acqua di Lourdes.
Questo signore era venuto nel periodo estivo per non più di tre mercati consecutivi e si metteva nel “mercat dèle vache” (tra l’attuale ditta Rossi e la Cassa Rurale) e aveva un piccolo furgone con un banchetto di legno con sopra bottigliette marroni e scatoline di cartoncino contenenti catenine.
Aveva un giradischi a batterie con un paio di dischi (sempre quelli), alzava il volume e ad alta voce gridava . “Venite, venite signori e signore! Sono stato a Lourdes per voi e ho comprato queste catenine e solo per voi ho portato quest’acqua benedetta”.

Accanto a lui c’era una bella ragazza (forse sua figlia), che non apriva mai bocca, si limitava a consegnare le bottigliette (che costavano cinquanta lire l’una) o le catenine d’ottone (che costavano cento lire) e a ritirare il contante mentre l’ambulante continuava a decantare tutti i miracoli che faceva quest’acqua benedetta.
Davanti a lui c’era un grande assembramento di persone e io con i miei amici andavo in prima fila per vedere la ragazza, tuttavia i nostri commenti erano scettici: “Chesà da che banda la vè ste acqua!”.
La prima volta che mancò al mercato, in quello spazio lasciò un vuoto che più nessun altro ambulante colmò.

Un altro commerciante originale fu quello che, su un camioncino, vendeva piatti, bicchieri e padelle. Gridava: “ Non sono qui per vendere ma per regalare, questo servizio di piatti costa diecimila lire, lo voglio vendere a otto anzi, dico sette, mi voglio rovinare, lo vendo a sei, anzi cinquemila lire…Quella signora là ha alzato la mano, glielo voglio regalare. Quattromila lire e il servizio è suo!”.
Non so se il primo a comperare fosse un suo compare, ma sicuramente funzionava. Attorno al furgoncino si formava un bel gruppo di persone e l’ambulante, per un paio d’ore al mattino e un paio d’ore al pomeriggio, “regalava” a prezzi “stracciati” la sua merce.

Un anno, per un breve periodo fui anche contattato da un commerciante di calze per fargli da "piccolo": il mio compito era quello di sorvegliare la bancarella durante l’assenza del suo proprietario che si piazzava davanti alla Croce Bianca ed entrava e usciva a ritmi sostenuti. Se non era un buon commerciante, sicuramente era un buon cliente dell’osteria.
Mi aveva detto i prezzi delle calze e mi aveva autorizzato anche alla vendita (avrò avuto otto o nove anni) e la cosa mi divertiva; le signore tiravano sul prezzo trovando smagliature in tutte le calze, ma io non potevo fare sconti e quando tornava il commerciante gli davo il mio resoconto.
Lui diceva che la sua merce era di prima scelta e che le donne mentivano e scrollando le spalle riprendeva il suo posto di lavoro. A sera, come paga, mi dava un paio di calze che portavo con orgoglio ai miei genitori: fu la mia prima paga.
Ad ottobre tornai a scuola e dopo un paio di mercati non lo rividi più.

La sera si sentiva il baccano provenire dalle osterie: la gente cantava e beveva, beveva e rideva, poi con il gioco della morra, che durava fino a notte inoltrata, finiva il mercato.
Oggi, il nostro mercato è diventato “moderno”, non ci sono più le bestie in vendita e sono scomparsi i “sensai”. Ora è tutto un mordi e fuggi: nelle osterie più nessuno canta, non si gioca più alla morra, credo che abbia perso lo smalto e la poesia di un tempo…
Forse non è stato fatto tutto quello che si poteva fare per rinnovarlo, ma soprattutto siamo cambiati noi…

Testimonianza di Lino Fenotti
Tratta da “èl mercà dèla Nòza” a cura del G.I.S.C. Gruppo d’Iniziativa Socio-Culturale - LiberEdizioni
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