22 Maggio 2013, 07.00
Vestone Valsabbia
Briciole di cultura

La Rocca di Nozza

di Alfredo Bonomi

Prosegue il viaggio di Alfredo Bonomi, novello "pollicino", che oggi si sofferma sulla Rocca di Nozza, che viene definita «quinta teatrale paesaggistica di grande fascino»


Salendo lungo il corso del  Chiese, giunti vicino all’abitato di Nozza, il “perno storico” delle vicende amministrative della Valle Sabbia, lo sguardo viene rapito da un maestoso scenario che ha tutte le coordinate di un quadro naturalistico e poetico.
La rupe della Rocca sembra sbarrare, come “sentinella naturale”, la valle incombendo massiccia e frastagliata sull’abitato.
Sulla sommità ospita una sequenza di storia che si snoda per centinaia d’anni.
 
Nel punto più elevato i pochi ruderi che continuano l’orizzonte della rupe, nonostante l’inclemenza del tempo che scorre e la tenacia distruttiva degli uomini nel corso del 1800, continuano a testimoniare la presenza dell’antica Rocca, il maniero di difesa e di offesa, una “porta di controllo” nello snodo viario storicamente più importante della valle.
 
Un po’ discosta, ma proprio sul ciglio della rupe, la chiesetta di S.Stefano coniuga invece l’aspetto religioso con quello civile.
Più in alto, dove inizia a prendere corpo il bosco, circondato da maestose piante, la “villa Anita” costruita nell’ultimo decennio del 1800 dal commendator Achille Bertelli, con le sue eleganti e ricercate linee architettoniche in stile liberty, ci parla di un tempo in cui il potere economico si accompagnava all’orgoglio culturale di lasciare alla società segni di qualità che dimostrassero il buon gusto e la preoccupazione di promuovere lo sviluppo culturale e civile.
 
Nozza, borgo di modeste dimensioni, ha avuto per la Valle Sabbia un ruolo determinante proprio per la presenza di questa Rocca che dominava il triplice nodo stradale (per chi proveniva da Brescia o dal Garda, dal Trentino e quindi dal “mondo del Nord”, dalla Valle Trompia) e che ha portato a scegliere il paese quale sede del “Consiglio Generale di Valle”, lo strumento amministrativo che, a partire dalla seconda metà del 1300, ha incarnato la volontà dei valsabbini di amministrarsi autonomamente nelle questioni civili ed economiche e di pretendere rispetto dal “Potere centrale”.
 
La Rocca, come “arnese di guerra e di difesa” per fronteggiare le invasioni, fin dai primi secoli del Medioevo fu collegata al più vasto sistema difensivo valligiano comprendente le Rocche di Mura Savallo, di Sabbio Chiese, del Bernacco, di Vobarno, quindi prima della costruzione della Rocca d’Anfo, che ha inaugurato alla fine del 1400 una nuova stagione di tecniche costruttive delle fortificazioni.
Nelle diverse Dominazioni è stata il “nido sicuro” dei capi valligiani, quasi sempre di matrice guelfa e legati alla politica del Comune di Brescia.
Ha visto le gesta di Galvano della Nozza e di altri comandanti locali sempre fedeli a Venezia.
 
Infeudata prima alla potente famiglia Avogadro, finita per passaggi di eredità ai Martinengo delle Palle, nel mutare degli eventi con il crollo del Dominio veneto e l’avvento di quello napoleonico ha perso definitivamente il suo ruolo.
Il colpo mortale le venne però inferto nel 1811 dai valligiani, quando i Martinengo la cedettero per 650 lire a don Antonio Boni che, insieme ad altri soci, la smantellò per convertire in calce viva le sue pietre.
 
Da questo disastro si salvò la chiesetta di S. Stefano per deciso intervento del parroco di Nozza e della Fabbriceria del paese che rivendicarono la proprietà pubblica della chiesa in considerazione del fatto che più secoli aveva svolto un ruolo religioso a vantaggio della comunità (certe volte le comunità riescono ad assumere decisioni lungimiranti!).
E’ per questa decisione che possiamo ammirare la chiesa, un bell’esempio di costruzione tardo romanica.
 
E’ di origine assai antica legata strettamente alla storia della Rocca; con ogni probabilità è nata come oratorio gentilizio e doveva servire ai signori, ai familiari, ai militi di servizio, oltre che ai pochi abitanti, prima che si sviluppasse organicamente il paese, cresciuto abbastanza in fretta ai piedi della rupe come sede amministrativa della “Comunità di Valle” con gli uffici della “burocrazia locale” e come luogo di un importante mercato a cui affluivano gli abitanti della valle e che ha contribuito a rendere il carattere di nozzesi particolarmente aperto.
La nascita della parrocchia servì a caratterizzare ancor più la chiesetta di S.Stefano come chiesa della Rocca.
 
L’edificio è semplice, di architettura essenziale.
L’interno era tutto decorato con affreschi votivi di varie epoche con una preponderanza di opere della seconda metà del 1400 e dei primi anni del 1500.
Coperti da intonaci, sono stati in parte portati alla luce nel 1931 quando la chiesa venne restaurata con l’intervento del pittore Vittorio Trainini.
Gli affreschi che ancora si possono vedere sono una valida testimonianza della pittura votiva del periodo. Una “Crocifissione”, una “Madonna con santi”, una serie di santi popolari invocati contro le malattie contagiose (S.Antonio Abate, S.Sebastiano, S.Lucia ed altri) compongono un piccolo viaggio artistico e di fede.
Diverse date (1475,1493…) indicano gli anni di esecuzione accanto ad interessanti scritte che perpetuano la memoria di antiche famiglie di Nozza come i Taddei, i Giori, i Fontana e i Musesti.
 
Dal sagrato della chiesetta che doveva essere anche il luogo dei raduni dei militari adibiti alla difesa della Rocca, il panorama è di quelli che lasciano il segno perché rende bene l’importanza geografica dello snodo viario e la caratteristica urbana del paese che fasciava alla base la rupe e si sviluppava proprio nel nodo stradale per ospitare le attività commerciali.
 
I “morti di Rocca”, cioè l’ossario che testimonia la presenza di un antico cimitero è il legame affettivo e di memoria tra il passato e il presente che rende caro questo luogo alla comunità.
 
Volendo definire in poche parole la “carta d’identità” della Rocca di Nozza si può dire che la sua armonia è data dallo “sposalizio paesaggistico” fra la rupe, la chiesetta ed i ruderi, cioè quel poco che rimane del castello.
 
E’ quindi indispensabile mettere molta attenzione conservativa a questa parete sconnessa che svetta verso il cielo per evitarne il crollo perché i ruderi del castello sono il cardine che chiama a sintesi il quadro paesaggistico che caratterizza questo stretto passaggio della Valle.

Alfredo Bonomi 

 


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