18 Febbraio 2014, 06.34
Mura Valsabbia
Briciole di Cultura

La pieve di Mura, uno scrigno d'arte in un'imponente architettura

di Alfredo Bonomi

Chi giunge a Mura venendo dal fondovalle, mentre gusta l’amenità del luogo e del paesaggio, rimane sorpreso dalla grande mole della chiesa parrocchiale, l’antica pieve di “Santa Maria della Corna”


Dall’alto di un poggio non solo domina l’abitato nell’articolazione delle sue diverse frazioni, ma è ben visibile da molte parti del “Savallese” e dalle balze di Pertica Alta, quasi a significare meglio l’importante ruolo avuto nella storia religiosa e civile della zona per molti secoli, a partire dalla nascita delle Pievi nei secoli che vanno dal disfacimento dell’Impero Romano, all’affermarsi del dominio dei Longobardi e soprattutto dei Franchi, sino alla nascita delle parrocchie come entità religiose autonome.

Dalla pieve di Santa Maria lo sguardo coglie quello che comunemente è noto come “Il Savallese” e giunge alle Pertiche, la parte montana originariamente unita in un’unica “Universitas” chiamata “Pertica Savallo”.
La cima “Passello”, sopra Belprato, con la pineta, meta fissa di Togni, il pittore che ha colto in modo mirabile le sfumature e le delicatezze del paesaggio valsabbino, lascia soltanto intravedere i picchi della Corna Blacca, che annunciano le cime più alte delle prealpi bresciane verso il Trentino.

A ben guardare c’è un parallelo,
quasi accostamento obbligato, tra la “Corna di Savallo” che domina Mura e la grande costruzione della pieve. La montagna è frastagliata per sua natura, la chiesa è scenografica per volontà umana.
Qui la storia parla ancora con fascino e con eloquenti testimonianze.

Le epigrafi richiamano la presenza romana.
Gli stemmi gentilizi i forti combattenti valligiani che, al tramonto del medioevo, in quello di storia che, tra sussulti, guerre ed assestamenti, ha portato alla dominazione della Serenissima, sono stati sempre al fianco di Brescia seguendone le sorti ed i “sogni di potere”. Tra tutti basta richiamare Oberto da Savallo, orgoglioso ed un po’ “principe” della zona ed i figli di Galvano della Nozza, piccoli feudatari di queste terre per concessione superiore. Inoltre i documenti ricordano la famiglia Savallo, partita da queste parti in umili condizioni e diventata prestigiosa e amante dell’arte e della cultura a Brescia, e quella dei Montini, così chiamati perché calati da questi monti a Brescia ed in altri luoghi in cerca di fortuna, che ha dato alla Chiesa il grande Papa Paolo VI, ancora non adeguatamente valorizzato.

In questa terra non sono mancate nemmeno personalità più recenti che hanno contribuito attivamente alle vicende risorgimentali e dell’unità d’Italia e grandi imprenditori che sono stati determinanti per il processo economico.
Questo in sintesi per sottolineare l’importanza avuta dal “Savallese” nel più vasto contesto della Valle Sabbia.
Molto si è congetturato sull’origine del nome “Savallo”; parecchie sono le ipotesi e non tutte convincenti.
Forse l’interpretazione più significativa è quella data dallo storico Mons. Paolo Guerini in un saggio del 1956.
Egli fa derivare il nome da “Summa Vallis” perché, essendo fino alla seconda metà del 1700 Bagolino ecclesiasticamente sotto la Diocesi di Trento, il territorio della pieve di “Santa Maria della Corna” veniva ad essere l’ultimo limite di terra bresciana confinante con il Tirolo. Ma è solo un’ipotesi. Quel che è certo è che la pieve è molto antica. Aveva un territorio molto vasto, suddiviso in seguito a più riprese in 14 parrocchie con più di 50 edifici di culto.

Proprio per questa vastità e per le molte comunità che guardavano alla pieve di Mura come al loro “centro religioso” il popolo chiamava l’arciprete plebano il “vescuvì”, con una punta di orgoglio che non nascondeva quella vocazione all’autonomia che, da sempre, ha contraddistinto gli abitanti della Valle Sabbia, per natura aperti al confronto, ma assai gelosi della propria identità.

Un breve, ma essenziale, “viaggio storico” risulta di prezioso aiuto al fedele ed al visitatore per cogliere meglio la ragione della vastità e dell’imponenza della chiesa plebana.
Dall’antica pieve di “Santa Maria della Corna” abbiamo poche notizie prima della visita del vescovo Bollani del 1566. Comunque doveva essere un edificio in linee romaniche, spoglio e severo, molto simile alla chiesa di “Santa Maria ad undas” in quel di Idro.
Probabilmente aveva due torri campanarie e forse anche una cripta per la conservazione delle reliquie dei santi.
Presso la pieve aveva sede anche un “monte di pietà” che svolgeva un importante ruolo economico e sociale. Erano inoltre attive due antiche “schole”, quella del “Corpus Domini” e quella della “Beata Vergine Maria”.
Nel corso del tempo si sono susseguiti arcipreti plebani di diversa provenienza, alcuni di distinte famiglie, altri significativi per dottrina e per cultura possedute. 

Un dato è assodato: la presenza di reliquie dal Medioevo in poi, rendeva una chiesa importante per i fedeli ed è logico che ciò valesse ancor di più per le pievi. Quella di Mura ne era particolarmente dotata.
Ad accrescere questo prezioso patrimonio di fede e di devozione concorse dal 1625 al 1636 l’arciprete, Don Giovan Maria Crescini, di importante famiglia locale che ottenne i corpi dei martiri Giacinto, Flaviano e Cesario, depositati nella chiesa. Da allora questi Santi diventarono compatroni della comunità di Mura e Posico ed ancora oggi vengono onorati con grandi festeggiamenti a ritmo decennale.
Proprio quando giuridicamente la pieve stava tramontando si pensò ad una nuova costruzione.

Il desiderio di perpetuare il ruolo avuto dalla Pieve
e la sua significativa “storia religiosa” consigliarono di por mano alla costruzione di una nuova chiesa, e ciò avvenne con progetto grandioso per iniziativa dell’arciprete Matteo Travaglioli, a partire dal 1692.
Nonostante la delicata situazione del terreno sul quale sorse il gran tempio, l’intelligenza tecnica usata all’atto della costruzione ha permesso che giungesse sostanzialmente in buono stato sino ai giorni nostri.
L’edificio richiama per certi versi gli schemi progettuali del Bagnadore e del Lantana, più che altro per l’imponenza e la grandiosità dei ritmi spaziali.
Ma questo rimane solo un rimando artistico che non permette, allo stato attuale delle ricerche, altre deduzioni.
Nel cantiere furono attivi il “capomastro” Andrea Pernici ed i suoi figli Gio. Battista e Giuseppe ed un nutrita serie di “taglia pietra”.

Il risultato è sotto gli occhi dei fedeli e degli amanti dell’arte.
La chiesa, a croce latina, è veramente degna di “raccontare” una storia religiosa di alto profilo.
L’esterno, che avrebbe potuto essere un po’ statico, date le vaste proporzioni, è invece reso leggero da sapienti contrasti di luce. L’interno presenta una navata ben proporzionata, slanciata, da vera basilica. Gareggia per vastità ed armonia con la parrocchiale di Bagolino anche se questa è più “trionfante”.

Nell’insieme domina il clima architettonico barocco, ma i “capricci architettonici” del Settecento sono appena accennati. Convivono felicemente le indicazioni sull’architettura religiosa suggerite dal Concilio di Trento e le libertà di interpretazione barocche.
L’impatto scenografico, che colpisce chi entra dalla porta centrale, è rafforzato dagli affreschi che coprono tutte le pareti.
La decorazione è stata ampliata in due campagne, una del 1896 ad opera di Luigi Trainari e l’altra del 1922-26, realizzata da Vittorio e Giuseppe Trainini.

Dell’antica decorazione rimangono i tre grandi ovali della volta, realizzati nei primi anni del 1700 da Gio. Antonio Cappello e Gio. Battista Ottini. Il primo è stato un artista di rilievo nel “panorama pittorico” bresciano.
La chiesa è un vero scrigno d’arte e merita una visita.
Negli altari laterali ed in quello maggiore abbondano intagli lignei e tele di buona fattura.
Per quanto riguarda gli intagli lignei è presente una ricca e diversificata rassegna della produzione valligiana ed anche di apporti esterni.
Ne sono testimonianza le opere del Baronio di Preseglie, di Marchiondo Bonomino di Bione, della bottega dei “Boscaì” di Levrange, di Baldassar Vecchi di Ala di Trento e di altri scultori.

Su questo versante la testimonianza più preziosa è nell’ancona dell’altare della Concezione, legato al culto della Vergine, mantenuto vivo da un’antica  “Schola”. Sono tre bellissime sculture lignee e precisamente “S. Sebastiano”, “S. Rocco” e la “Vergine in trono con il Bambino” di fattura cinquecentesca. Dimostrano il legame artistico della valle con maestranze bresciane.
Per la pittura non è esagerato affermare che la chiesa offre una ricca “antologia pittorica”. Molti sono gli artisti che hanno qui lasciato buona traccia del loro ingegno: il versatile e delicato Pietro Scalvini; Domenico Voltolini che, dalla residenza di Vestone, ha spaziato in molte chiese; Antonio Paglia che, nelle pale di “S. Carlo” e della “Madonna del Rosario”, denota tutta l’armonia cromatica e compositiva tipica delle opere uscite dalla bottega di questo artista che è una delle migliori espressioni della pittura settecentesca bresciana.

La presenza delle pale di Leandro Bassano all’altare di S. Giorgio e di Palma il Giovane all’altare maggiore dimostra il legame con Venezia, particolarmente avvertito nel Savallese, che ha dato personaggi di rilievo dimoranti nella città lagunare.
Dalla chiesa sussidiaria di S. Domenico di Posico, borgo che è stato a lungo sede della “Universitas Savalli”, vale a dire dell’organismo amministrativo sovraccomunale voluto dalle diverse comunità del “Savallese”, sono confluite nella chiesa plebana due belle tele di Pietro Ricchi detto “Il Lucchese”. Rappresentano la “Natività della Vergine” e l’”Adorazione di Gesù Bambino” e richiamano la particolarità dell’arte di questo pittore, attivo in diverse zone dell’Alta Italia nei decenni centrali del 1600.

Il grande crocifisso ligneo, che originariamente doveva essere appeso all’intradosso dell’arco santo, opera di Baldassar Vecchi, è un eloquente esempio della robusta ed espressiva arte di questo scultore.
La presenza nella Pieve di Mura di opere lignee di diverse provenienze e di più botteghe ci fornisce un suggerimento e precisamente che è maturo il tempo per dar vita ad una pubblicazione che analizzi, nel loro insieme, gli intagli lignei valligiani, con approfondimenti sulle diverse “scuole” che hanno operato, non sempre in armonia fra loro. Sino ad ora troppe opere sono state genericamente attribuite ai “Boscaì”, mentre la storia degli intagli lignei valligiani è più complessa e variegata.
La sacrestia non è da meno della chiesa nel senso che è un ambiente nobile, affrescato dal Voltolini, con splendidi arredi, nonostante la perdita di alcuni mobili di pregio a causa di furti mirati diventati un vero flagello contro la civiltà.

Quando si esce da questa chiesa permane a lungo nell’animo e nella mente una sensazione di bellezza e di armonia che viene ulteriormente alimentata dalla dolcezza del paesaggio che abbraccia la pieve.
Questi  “incontri di bellezza” sollecitano naturalmente tante riflessioni e, tra esse, la convinzione che l’uomo è capace di grandi cose quando è mosso da quelle forti convinzioni che liberano la creatività e la fantasia intellettuale.

Alfredo Bonomi
 


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