28 Gennaio 2018, 09.30
Blog - Maestro John

Campane nel vento

di John Comini

Domani, come il 29 gennaio di ogni anno, alle ore 13 le campane della chiesa parrocchiale di Gavardo suoneranno tristemente per ricordare il bombardamento che nel 1945 uccise 52 persone 


Alle ore 13 del 29 gennaio, come ogni anno, le campane della chiesa parrocchiale di Gavardo suonano. Ma non suonano a festa. Non sono campane di allegrezza. Sono rintocchi lenti, sono campane a morto. Suonano per ricordare il bombardamento del 29 gennaio 1945, in cui morirono 52 persone.
 
Sono campane tristi, suoni nel vento. E nel vento suonano per ricordare a tutti che la guerra è una brutta storia.
 
Nel vento senti la paura dei bambini, vittime innocenti del gioco al massacro fatto dai grandi.
Sono campane tristi come le mamme che aspettavano il figlio alpino lontano, disperso nelle nevi di Russia.
Sono campane che ci ricordano le vittime dei campi di sterminio, dove ti chiedi “se questo è un uomo”.
Sono campane che raccontano il dolore di tante persone nei lager di tanta parte del mondo. Perché sembrava che dopo Auschwitz l’uomo avrebbe imparato a vivere senza ammazzare, ma poi sono nati altri campi di sterminio, altri abissi di malvagità.
 
“Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio: 
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento...
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello 
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento...
Ancora tuona il cannone e ancora non è contento 
di sangue la bestia umana e ancora ci porta il vento...” (Guccini/Nomadi)
 
Nel vento senti l’eco dei bombardamenti in Siria, delle autobombe in 
Afghanistan, degli attentati terroristici.
Nel vento senti la disperazione dei profughi che fuggono da una realtà assurda, fuggono dall’orrore.
Nel vento ti appaiono le immagini terribili che quasi ci infastidiscono (o, peggio ancora, non ci disturbano più), come quella del piccolo Aylan, il bimbo riverso senza vita sulla spiaggia, simbolo della tragedia immane dell’immigrazione.
Nel vento scopri che le vittime della guerra sono sempre le stesse, bambini divenuti 
martiri nella scacchiera dei potenti. Ma poi vedi immagini di bambini che, in mezzo alle macerie, riescono ancora a giocare. 
 
Le campane suonano tristemente, ma ci ricordano che nelle tenebre del male c’è forse una piccola luce di vita, c’è un flebile suono di speranza. 
 
“Quante le strade che un uomo farà
e quando fermarsi potrà?
Quanti mari un gabbiano dovrà attraversar
per giungere e per riposar?
Quanti cannoni dovranno sparar
e quando la pace verrà?
Quanti bimbi innocenti dovranno morir
e senza sapere il perché?
Risposta non c'è, o forse chi lo sa,
caduta nel vento sarà.”
(Blowin in The Wind, Bob Dylan)
 
Antonio Abastanotti, che il giorno del bombardamento su Gavardo aveva 16 anni e lavorava presso il mobilificio Manenti, racconta nel bellissimo libro “La Cassapanca della Adele”…
 
“Da qualche tempo avevano iniziato a passare dei caccia bombardieri che avevano lo scopo di colpire obiettivi locali. Uno dei primi fu la polveriera militare dei Tormini, proprio in Missana, che venne in parte colpita il 18 novembre del ’44; lo spavento fu tanto grande, per lo spostamento d’aria provocato, che fu avvertito anche a Gavardo. La mamma, che in quel momento si trovava presso la finestra della cucina, ebbe una ferita sulla fronte per la rottura dei vetri. Quando si verificavano questi fatti noi operai uscivamo nei campi dietro la fabbrica, da una porticina che il sig. Manenti ebbe il permesso di aprire dai proprietari del fondo; ma in considerazione del pericolo, dopo questo fatto, il sig. Manenti ebbe il permesso di costruire un rifugio antiaereo nelle vicinanze dello stabilimento. 
 
Il 1° Dicembre ‘44, fu la volta della stazione ferroviaria di Gavardo. Erano le 13.30 e noi stavamo recandoci ai nostri posti di lavoro, quando arrivarono i caccia bombardieri. Dopo un primo giro per prendere posizione, essi iniziarono un furioso mitragliamento, senza darci il tempo di ripararci nel rifugio, e subito sentimmo gli aerei in picchiata. Uno dei falegnami, ex sergente dell’esercito gridò: “Tutti a terra!”. Il pericolo era imminente. Con Peppino Simoni ci buttammo sotto il più vicino banco di lavoro che era molto robusto, sperando di essere ben protetti…Ricordo ancora le parole che mi disse Peppino: se fosse uscito vivo non sarebbe più venuto in fabbrica! Infatti, trasferitosi con la famiglia alla Busela, ottenne di poter lavorare a domicilio per la ditta.

Il contadino (fam. Crescimbeni) dove erano ospiti, col suo carro trainato dai buoi, gli faceva da trasportatore, prelevando i semilavorati in fabbrica e riportando i mobili finiti. Era un bravissimo falegname, stimato da tutti, per un certo periodo fu pure insegnante di falegnameria, presso la scuola serale, in Piazza della Chiesa, ed era anche il nostro rappresentante sindacale. Quando iniziò il bombardamento, scappammo verso il cimitero, e per sfuggire agli aerei ci buttammo nelle canalette ai lati della strada. Alcuni nostri colleghi di lavoro, invece, si ripararono dietro un grosso mucchio di letame nel campo dove ora c’è casa Goffi. 
 
Quando caddero le prime bombe, nel punto dove ora c’è la casa Pedrotti, noi ci trovavamo a poche decine di metri; altre due bombe caddero dove ora si trova la cabina elettrica presso la sede dell’Artigianato; gli altri aerei colpirono in pieno, uno dopo l’altro, i vagoni vuoti che erano fermi sul secondo binario della stazione e che servivano per il trasporto degli operai che da Brescia venivano a lavorare alla Breda, trasferitasi dalla città al Bostone, nello stabilimento del “Lane Gavardo”. Sulla destra di Via Roma vi era un traliccio di ferro per i fili elettrici, una delle bombe finì ai piedi di questo senza esplodere si ruppe e ne uscì una gran quantità di polvere gialla.

Fu una scena terribile: sassi che volavano dappertutto, pezzi di vagone, le rotaie dei binari curvate verso l’alto, grossi alberi di gelso smembrati, le imposte delle case e le finestre divelte: un vero disastro! Anche i capannoni e l’abitazione della ditta Manenti subirono danni ingenti, ma fortunatamente nessun operaio venne colpito. La famiglia del sig. Manenti si era da poco trasferita a Borzina di Sopraponte, per sicurezza, era appena nata la terza figlia, Emanuela. Unica vittima dell’incursione, il sig. Giuseppe Seminario perché quando gli aerei attaccarono la stazione ferroviaria stava attraversando i binari dirigendosi verso la Via Roma con la sua mucca, e perdette un braccio perché colpito da una mitragliata. Passato lo sgomento e la paura, tornammo nello stabilimento e ci dedicammo alle riparazioni più urgenti, dato che i finestrini non avevano più i vetri, momentaneamente sostituiti con del cartone e compensati.Il freddo si faceva sentire; per fortuna avevamo all’interno alcune stufe a segatura. 
 
Dopo la tragica avventura del 1° Dicembre 1944, tutti avevano ripreso lentamente la vita consueta, ma nessuno avrebbe pensato che Gavardo dovesse vivere altre tragedie; e questo, nonostante che gli alleati continuassero a lanciare volantini per avvertire la popolazione di stare lontana dai ponti e dalle stazioni ferroviarie. Si pensava che un piccolo ponte come quello di Gavardo non potesse essere un bersaglio importante per la guerra in corso. Soltanto gli abitanti vicini alla stazione ferroviaria pensarono di trasferirsi in zone più sicure: fu così per la famiglia di Augusto Bresciani, la quale, lasciata la casa vicino alla stazione, si trasferì in Piazza De Medici, dove avevano la macelleria nei pressi della canonica.

Disgrazia volle che proprio questa zona venisse duramente colpita dal bombardamento del 29 Gennaio ’45! Il giorno del S. Natale, mentre in chiesa si stava celebrando la S. Messa solenne delle 11, ero presente anch’io, sentimmo degli aerei sorvolare la chiesa a bassa quota.Il parroco era sul pulpito per l’omelia, invitò tutti alla calma ed a mettersi sotto le navate degli altari laterali.Alcuni lasciarono la chiesa, sentimmo lo scoppio di alcune bombe non molto lontano, caddero alcuni vetri della chiesa per lo spostamento d’aria, eravamo un poco tutti spaventati, I caccia bombardieri avevano tentato di colpire il ponte della ferrovia esistente dove ora c’è il ponte Franchi. Tornata la calma, don Emilio Maffezzoli completò la celebrazione della S. Messa.  
 
In fabbrica, dopo il bombardamento della stazione, erano più le ore passate nel rifugio che sul lavoro. Quando, il 29 Gennaio ’45, venne colpito il nostro paese eravamo già in fabbrica, ma nel rifugio antiaereo. Sentivamo gli aerei che mitragliavano, ci arrivava all’orecchio il rumore sinistro della loro picchiata e il sibilo delle bombe che cadevano… Eravamo tutti scossi e le donne ci invitavano a pregare: infatti fu intonato il Rosario. Appena fu possibile, uscimmo allo scoperto e vedemmo un gran fumo salire dalle case. A riscuoterci dallo sbigottimento, arrivò il sig. Manenti che era appena salito dal paese. Con Doriddo Bertuetti, allora direttore, fu subito organizzata una squadra di soccorso per aiutare le famiglie colpite. Guidati dal sig. Manenti, arrivammo alle prime case colpite in fondo a viale Mazzini, ma qui ci dissero che non vi erano persone sepolte, per cui ci portammo in Piazza De Medici.

Il vicolo Torre era ancora accessibile, e c’era gente che gridava disperatamente, chiamando i propri cari rimasti sotto le macerie; ne vedemmo alcuni uscire, tutti bianchi di polvere e segnati da ferite. Vidi anche Don Angelo Calegari: aveva bocca e capelli pieni di calcinacci e sembrava un cadavere appena uscito da una tomba… In terra vi erano cadaveri di gente colpita nel tentativo di scappare…Fui preso da una crisi e scoppiai a piangere! Non si sapeva quali fossero le dimensioni del disastro. Da casa Zane al ponte era tutto un cumulo di macerie: erano rimaste in piedi, anche se disastrate, casa Rizzi e casa Avanzi Orsolina e Scolari, oltre alla chiesetta dei Disciplini vicina alla Parrocchiale; la casa del curato era stata distrutta solo in parte. Distrutte completamente: la casa dei Torri, dei Cargnoni calzolaio, la casa dei Devoti, la Canonica, tutte le case fino alla via Fossa, fino al Largo Ponte, come pure alcune di Piazza Zanardelli oltre i due ponti. Il ponte era stato risparmiato! 
 
Chiesi subito al sig. Manenti di potermi recare a casa per vedere come stavano i miei famigliari. Mio padre, in quel periodo, era militare nei pressi di Venezia come guardia costiera, e mio fratello G. Battista era sfollato a Pezzate con i sordomuti dell’Istituto Pavoni di Brescia. A casa c’erano ancora mia madre, la sorella Agnese, la piccola Lidia e la Mari. Seppi dopo che la Mari era andata dalla sua madrina, abitante in vicolo S. Gaetano, e che durante il bombardamento la sua madrina l’aveva nascosta sotto la macchina da cucire. Ero molto contento di averli rivisti tutti sani. Mentre mi trovavo in casa, arrivò mio zio Anacleto (Nino) a chiedere se la mia famiglia fosse disposta ad ospitare lui ed i suoi a casa nostra: abitavamo allora sotto la tribuna del campo sportivo.

Mia madre, sempre disponibile, fu subito d’accordo; e in questo modo, sempre col permesso del mio datore di lavoro, mi recai a casa dello zio per essere d’aiuto nel trasloco. Egli abitava al 2° piano di casa Zane, prospiciente l’attuale Piazza De Medici. Con lo zio, la zia ed i cugini, prima di sera, avevamo già ultimato il trasferimento di tutta la roba negli spogliatoi della squadra di calcio che da tempo non erano più utilizzati. E sarà proprio da quelle finestre tutte rotte che più tardi, il 30 Gennaio ’45, avrei assistito al pietoso recupero di alcune delle vittime del terribile bombardamento. Ricordo che il papà, sentita la notizia alla radio, partì immediatamente dalla sua residenza, giungendo a Gavardo, con mezzi di fortuna, a notte inoltrata. Arrivò a casa stravolto avendo visto il disastro. Fu contentissimo di trovarci tutti sani e salvi, come pure gli zii e famiglia e della scelta di ospitare suo fratello; purtroppo il giorno dopo dovette rientrare in servizio. 
 
Il recupero delle vittime del bombardamento continuò anche nei giorni seguenti, senza curarsi del continuo passaggio degli aerei, e furono molti i volontari di tutte le fabbriche e ditte artigiane del paese che si prestarono nella pietosa opera. Anche i militari presenti a Gavardo sia Italiani sia Tedeschi si prestarono molto. Ricordo che aiutai lo zio Nino anche a recuperare tutto il possibile della biblioteca Parrocchiale di Via Fossa, di cui egli era l’incaricato, e del Salone Pio XI: questo per evitare furti da parte di alcuni che approfittando di finestre e porte rotte avrebbero potuto impossessarsi di libri e suppellettili varie. Lo zio, infatti, aveva sorpreso due individui che in teatro stavano tagliando le corde del sipario.  
 
l libri della biblioteca li portammo tutti a casa nostra, in attesa di una nuova sistemazione. Questo mi diede l’opportunità di leggere tutti i libri d’avventura di Emilio Salgari, adattissimi per la mia età. 
 
Tutte le sere c’era ancora l’obbligo dell’oscuramento per evitare le incursioni del “Pippo”, e perciò alle nostre finestre applicavamo coperte o tende nere. 
 
All’inizio, i feriti del bombardamento furono portati al Ricovero “La Memoria” che era diventato Ospedale Militare della Marina, poi furono trasferiti all’Ospedale di Salò; i morti, invece, furono allineati nella chiesetta dei Disciplini, vicino alla Parrocchiale. Non ebbi mai il coraggio di entrare a vederli: ero già stato abbastanza impressionato da quel che avevo visto il giorno del bombardamento! 
Feci ritorno al lavoro il giorno 31, mentre nello stabilimento venivano approntati i feretri, non solo per i morti di Gavardo, ma anche per il Comune di Brescia. I funerali furono imponenti, seguiti da una vera marea di gente. L’ufficio funebre, nella chiesa di S. Maria,  fu presieduto da mons. Luigi Ferretti che tenne anche un importante discorso funebre. 
 
Per Gavardo, la tragedia del 29 Gennaio fu una vera catastrofe: fra i morti e i feriti c’erano moltissime persone conosciute e stimate. Tante famiglie rimasero senza casa. Il paese fu colpito proprio nel cuore, e coloro che sono rimasti non potranno mai dimenticare quel micidiale evento. Gavardo, in quei giorni, stava celebrando i Sacri Tridui per i defunti e, a causa del bombardamento, perirono ben quattro sacerdoti: il parroco don Emilio Mafezzoli, il predicatore del Triduo padre Giuliani di Brescia, il parroco di Sopraponte don Panizza e il curato di Limone don Bruno Guerra. Si salvarono solo don Angelo Calegari e don Carlo Cantaboni. Don Battista Lombardi, prete molto stimato da tutti ma in particolare dalle mamme, era già morto nel 1944. Il mio primo capo presso la ditta Manenti, sig. Giuseppe Mor, che era sfollato da Torino proprio a causa delle bombe, perdette il 29 Gennaio la moglie, la figlia e la suocera: rimase solo! Lo voglio ricordare per la stima che gli ho sempre portato, insieme al mio secondo capo Re Amedeo, i quali furono per me come dei padri. 
 
Dopo i funerali dei morti per il bombardamento, ufficiati da mons. Ferretti, questi chiese al vescovo di poter tornare a Gavardo come parroco, in parrocchia era rimasto solo Don Angelo Calegari, ed ebbe dal vescovo l’ incarico desiderato”.
 
Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo
maestro John Comini
 
Nelle foto: Gavardo bombardata, Mons. Ferretti (1965), Antonio Abastanotti con don Giovanni Arrigotti (1963), Aleppo bombardata
 
 


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