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24 Febbraio 2018, 08.20
Bagolino
La nostra storia

La grande guerra tra miti e antimiti

di Marisa Viviani
Cosa è stata la Grande Guerra di cui in questi anni celebriamo il centenario? In Biblioteca a Bagolino sono stati ripercorsi quei fatti, i precedenti e i successivi, cercando le analogie con un presente che per certi versi spaventa

Si sono conclusi gli incontri sul tema della 1ª Guerra Mondiale, organizzati dalla Biblioteca di Bagolino “per chiedersi se quel tempo sia proprio tanto distante dai nostri giorni, se si possa cercare di evitare qualcosa che anche allora era considerato da molti impossibile. Uno sguardo all'Europa di ieri per meglio comprendere la nostra società di oggi.”

Dieci incontri con la visione di documentari storici, introdotti e commentati da Gianluigi Pelizzari; una approfondita lezione sulla nostra storia, tanto lontana da definirsi ormai centenaria, ma così vicina nella memoria dei popoli che la subirono da portarne ancora i segni brucianti nei luoghi e nella coscienza privata e collettiva di famiglie, comunità, interi Paesi.

Il periodo storico indagato è stato presentato attraverso il viaggio compiuto dallo scrittore Paolo Rumiz* sui fronti europei di guerra, là dove popoli che avevano convissuto circolando e integrandosi per l'Europa, erano stati messi l'uno contro l'altro da un nazionalismo nascente e dalle mire espansionistiche degli Stati.
La 1ª Guerra Mondiale viene configurandosi quindi, oltre che come una apocalittica carneficina, come una vera guerra civile europea, una immonda guerra fratricida.

La base antropologica dei soldati impiegati nelle operazioni belliche della 1ª Guerra Mondiale era infatti transnazionale; così viene definita dallo storico Marco Revelli rilevandone la stessa origine e cultura contadina, che li rendeva capaci di un sentire comune derivato dall'esperienza di vita e dal legame con la terra, al di là delle differenze di lingua e di divisa che portavano.
Molti infatti furono gli episodi di fraternizzazione instauratisi tra trincee opposte, sempre osteggiati e puniti dagli apparati militari superiori che li interpretavano come atti di collaborazione con il nemico.

Mai considerati uomini, dunque, e men che meno fratelli che potessero guardarsi negli occhi e scoprire che il nemico non era di fronte ma alle loro spalle, e li teneva come pura carne da cannone, come pezzi di ricambio di una mostruosa macchina di morte.
Immani furono infatti le sofferenze patite da soldati, civili e persino animali, impiegati nei trasporti, nelle comunicazioni, nei soccorsi (si calcolano un milione di cavalli, muli, asini ammazzati; cani da ricerca e soccorso dei feriti; piccioni viaggiatori per invio messaggi; si racconta l'orrore dei lamenti dei cavalli morenti che erano l'incubo delle trincee, tanto da indurre i soldati a sfidare le mitragliatrici per andare a finirli con un colpo di misericordia).

Inimmaginabili i numeri e la cronaca dell'immane catastrofe: 10 milioni di soldati morti e 20 milioni di feriti, 80 milioni di civili coinvolti, una generazione di ventenni sparita dalla società, centinaia di migliaia di mutilati e invalidi, interi paesi rasi al suolo, intere comunità costrette alla deportazione in luoghi distanti e sconosciuti (solo nella Valle del Chiese vi furono 8.000 sfollati, di cui 1.800 verso l'Italia, gli altri verso il nord, la Valle di Ledro fu destinata in Boemia).

Inenarrabile la cronaca della strage che sui vari fronti orientale, occidentale, italo-austriaco costò la vita di migliaia di soldati mandati al macello da comandi militari insensibili alle sofferenze dei loro sottoposti e spesso incapaci, come il generale francese Nivelle, responsabile della morte di 35.000 morti a Verdun; o l'odiato generale Cadorna, tra i responsabili della ritirata di Caporetto costata 300.000 prigionieri italiani, che scaricò sulle truppe la responsabilità della disfatta accusando i soldati di tradimento; o i generali contrapposti che sul fronte orientale mandavano al massacro i soldati in attacchi frontali, che solo nel 1914 provocarono 2 milioni di morti.

Soldati. Si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie. (1918) - Così la poesia di Giuseppe Ungaretti descrive con grande efficacia rappresentativa la precarietà della vita dei soldati, appesa ad un alito di vento come foglie d'autunno, nell'attesa straziante di un destino già segnato.

Sentimento che si ritrova anche nei canti di guerra del periodo, come rimarca la Chanson de Craonne: Addio alla vita, addio all'amore, addio a tutte le donne. E' finita, durerà per sempre questa guerra infame. E' a Craonne, sull'altopiano che si deve lasciar la pelle, ché siamo tutti condannati, siamo noi i sacrificati! (Anonimo-1917)-
Questa canzone, come altre della guerra, aveva un carattere antimilitarista e fu soggetta a censura e proibita.

Della terrificante Grande Guerra che sconvolse l'Europa cento anni fa, restano ancora segni indelebili nei territori e nelle società.

Non siamo ancora usciti dalla 1ª Guerra Mondiale”, Moni Ovadia ribadisce con lucido senso critico questa amara constatazione.
Il Trattato di Versailles che chiuse ufficialmente il conflitto, dopo la deposizione delle armi nel novembre del 1918, lasciò irrisolte alcune vertenze complicandone altre; la dissoluzione degli imperi austro-ungarico, germanico, ottomano con la creazione di nuovi stati decisi a tavolino, pose le basi per ulteriori rivendicazioni e conflitti etnici, mentre i pesantissimi risarcimenti di guerra richiesti alla Germania, ritenuta la vera responsabile della deflagrazione del conflitto, determinarono le condizioni economico-sociali e politiche per l'ascesa del nazismo e lo scoppio della 2ª Guerra Mondiale.

“Come cercare di far capire ai giovani l'atto di demenza compiuto nel 1914?
Il drammatico quesito posto da Paolo Rumiz al termine del lungo viaggio nella memoria, attraverso il continente travolto da quella guerra disastrosa, trova il suo momento di più alta intensità emotiva davanti alle sterminate file di lapidi che costellano i cimiteri di guerra disseminati in tutta Europa.

Forse questo atto di pietas testimoniata attraverso la visita ai sacrari dei caduti, la deposizione di un fiore o di un cero sulle croci e i cippi dei camposanti che raccolgono i resti di migliaia di vittime dell'insensatezza umana, saprebbe rappresentare anche fisicamente l'entità e le conseguenze di uno scontro armato tra comunità e paesi.

Certo il sentimento, l'emozione non bastano per andare alle radici della tragedia, bisogna conoscere la storia, sapere ciò che è accaduto e che potrebbe ancora accadere. Gli incontri di riflessione sulla Grande Guerra rilevavano infatti una pericolosa analogia tra il periodo prebellico di inizio '900 e la nostra situazione attuale.

Gli anni compresi tra fine '800 e inizio '900, che vanno sotto il nome di Belle Époque, erano stati caratterizzati da un periodo di pace; nuove scoperte e invenzioni, innovazioni tecnologiche, aumento della produzione industriale e dei commerci, avevano portato un relativo benessere, di cui le classi borghesi beneficiavano con prospettive di ulteriori incrementi della qualità della vita, alla quale del resto aspiravano anche le classi popolari che iniziavano a rivendicare diritti e miglioramenti salariali.
Nulla sembrava però presagire il disastro incombente, se non una attenta interpretazione dei segnali che pur si stavano diffondendo, come le spinte espansionistiche degli stati e il crescente nazionalismo.

Quali dunque le analogie con il presente?
Si moltiplicano fenomeni di nazionalismo nascente, in un'Europa che tenta di unificare le spinte localistiche, vedi Catalogna, ma anche Brexit, e altri; i fenomeni di espansionismo territoriale sembrano contenuti, ma fa pensare il caso Crimea e Ucraina con la Russia che scatena un conflitto (apparentemente) locale; è a rischio la condizione di altissimo benessere sociale, precarizzato da una crisi economica mondiale perdurante; masse di emigranti premono ai confini europei in fuga da povertà e guerre, e in vari Paesi si ergono muri fisici o ideologici nella difesa della propria stabilità sociale; gruppi sociali impoveriti e marginalizzati dalla crisi si contrappongono alla presenza di stranieri competitori nella ricerca di posti di lavoro e di benefici di welfare, con episodi crescenti di disordini sociali e xenofobia.

Certamente emergono analogie con i prodromi della Prima Guerra Mondiale, ma si rabbrividisce trovandone altri che preludono alla Seconda.
E allargando la visuale anche oltre i confini europei, il panorama dei conflitti nel mondo appare desolante, anzi drammatico; non a caso Papa Francesco ha parlato di una Terza Guerra Mondiale già in corso.

Il centenario della fine della Grande Guerra impegnerà tutto il 2018 in ricordi e celebrazioni; il trionfalismo della retorica nazionalistica che caratterizzò nel secolo scorso la commemorazione dei caduti per la patria e il festeggiamento del IV Novembre, è oggi notevolmente ridimensionato, grazie anche ai recenti studi sulla storia sociale della guerra, passata quasi sotto silenzio rispetto alla storia politico-militare.

“Patetico cercare di arginare l'oblio?”
Al tristissimo quesito posto di fronte al crescente logoramento della testimonianza della società, possiamo rispondere che un Paese senza memoria è senza futuro.
A questi morti dobbiamo un debito di riconoscenza che non potrà essere mai ripagato: l'unico modo è il rispetto del ricordo e l'impegno personale per affermare una cultura della pace, impedendo che tali tragedie si ripetano.

Sarebbe quindi un buon viatico soprattutto per i ragazzi, ma anche per genitori, insegnanti, e per ogni cittadino di questo Paese, ricordare con affettuoso rispetto caduti e vittime dell'insano conflitto, visitando i cimiteri di guerra, veri luoghi sacri dell'Heimat, di quella casa patria che è la terra che accoglie tutti, amici e nemici affratellati dalla stessa tragica sorte, e in cui ogni essere umano può riconoscersi.

Così in tutta Europa sacrari, memoriali, semplici cimiteri di campagna accolsero i resti di soldati di tutte le nazionalità, in un un segno di civiltà, rispetto e finalmente di autentica umanità.

“Gloria a chi celebra i propri morti, ma ancor più a chi celebra i morti altrui.”

Chiude con queste onorevoli parole il viaggio di Paolo Rumiz attraverso la nostra storia, che è storia di un intero continente.

Marisa Viviani

PS - Si ringrazia il relatore Gianluigi Pelizzari e la Biblioteca Comunale di Bagolino per l'importante iniziativa attuata, che consentirà alle associazioni presenti di affrontare con ulteriori stimoli e conoscenze le celebrazioni del centenario della fine della guerra (1918/2018).
L'Associazione Habitar in sta terra dedicherà a questo tema la mostra e le iniziative culturali estive; ricordiamo che la comunità di Bagolino ebbe 72 caduti nella 1ª Guerra Mondiale.

* Paolo Rumiz e Alessandro Scillitani raccontano la Grande Guerra.
In foto: Fotografie di soldati dispersi in guerra, di cui non è stato ritrovato alcun resto mortale.
Il Memoriale di Thiepval in Francia raccoglie i dati e le immagini di 10.000 soldati dispersi (17 anni il più giovane, 53 il più anziano).


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Commenti:

ID75331 - 24/02/2018 14:08:15 (Giacomino) Nel nostro tempo attuale
sono purtroppo più numerosi i rigurgiti di guerra rispetto ai segnali di pace e le motivazioni non sono tanto diverse da quelle di allora, un antidoto potrebbe essere il conoscere la storia ancora abbastanza recente ma la cosa incontra insofferenza,


ID75336 - 25/02/2018 09:23:39 (bernardofreddi)
Analogie col presente? Si è citato Cadorna che, dopo la disfatta di Caporetto non trova di meglio che accusare la viltà dei soldati; vogliamo aggiungere Badoglio, uno dei maggiori colpevoli di quella disfatta, le cui responsabilità vengono occultate perché è il cocco del re (si dice anche per comune affiliazione massonica) e viene anzi promosso a vice di Diaz? Chi vi ricorda? Su, dai, è facile ...



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