04 Giugno 2018, 09.25
Blog - Figurine di provincia

Il dandy

di Luca Rota

Classe, talento, grinta, dribbling e corsa. Aggiungici la voglia di emergere e una sicurezza nei propri mezzi da fare invidia ai più grandi, ed ecco servito il giusto mix: Gianluigi Lentini 


Ala destra nata e cresciuta sotto la guida di Mondonico, diventa grande al Torino per poi finire al Milan di Berlusconi, non senza polemiche. 
Quel trasferimento record per i tempi, vide entrare nelle casse granata diciotto miliardi di lire, più altri dieci (come proverà la magistratura) in nero. In aggiunta per lui - amante della bella vita - oltre ad un lauto contratto, una sfavillante Porsche gialla.
 
Il Milan e la Nazionale sono suoi, ed anche il futuro sembra non essere lontano. 
 
Nell’agosto del ’93, però, il destino arriva a fargli visita; Lentini sbanda a 200 km/h in autostrada -  complice un ruotino non proprio adatto alla corsa su strada - restando miracolosamente vivo, ma subendo seri danni che ne comprometteranno stagione e carriera. 
Rientrerà in tempo per il finale di stagione, ma non ritroverà più il suo posto da titolare. Mondonico lo chiama all’Atalanta, dove approda nel ‘96, dando quasi l’impressione di essere ritornato quello di un tempo. Poi il ritorno al Torino, appena risalito dalla B, dove rimane per altre tre stagioni.
Purtroppo per lui non sarà più la stessa cosa. 
 
A trentadue anni decide di accettare l’offerta del Cosenza in B, che nell’entusiasmo più totale lo accoglie consegnandogli la fascia di capitano e il cuore di un’intera città. Nella città bruzia Lentini tornerà ad essere leader, sfiorando prima la promozione in A, e l’anno seguente conquistando la salvezza. Quando i Lupi rossoblu verranno retrocessi d’ufficio in D, li seguirà senza batter ciglio, confermandosi idolo e bandiera di un’intera città.
Terminerà la carriera tra i campionati d’Eccellenza e D, a due passi da casa, chiudendo proprio nella natia Carmagnola a quarantadue anni suonati, con all’attivo 200 presenze in A e 13 in Nazionale.
 
Quella carriera fatta di dribbling e giocate sontuose, nella quale donne, auto e divertimento non hanno di certo giocato un ruolo secondario. Uno dei talenti più forti degli anni Novanta, un leader, un atleta paragonabile per certi versi più a Best che a Bruno Conti. 
 
Un dandy tradito più che dal destino, da quel ruotino e dall’incoscienza dei suoi ventiquattro anni. Comunque un grandissimo. 
 


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