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Altopino dello Stino innevato

Altopino dello Stino innevato

di Eliana Lombardi



18.02.2017 Gavardo

17.02.2017 Muscoline Valtenesi

17.02.2017 Vobarno Roè Volciano

17.02.2017 Idro Vestone Bagolino Anfo Valsabbia

18.02.2017 Vestone

17.02.2017 Idro Vestone Bagolino Anfo Valsabbia

18.02.2017 Agnosine

18.02.2017 Valsabbia

18.02.2017 Bione

17.02.2017 Giudicarie Storo






19 Agosto 2016, 09.12
Gavardo
Qui Avis

Un bel bagno a Bagnoregio

di John Comini
Racconto della sesta tappa del pellegrinaggio in bici dell’Avis Gavardo verso Roma

Scrivo nella camera dell’Hotel di Viterbo. Abbiamo appena finito di cenare. Ancora patate? Sempre patate? Che patate!
No, stasera erano pezzi di pollo simili a patate…
Noi 5 furgonauti siamo piuttosto distrutti. Provate a pensare ai 15 ciclisti!

Ormai il sole li ha rosolati e cotti a puntino, hanno un’abbronzatura che neanche la Belen.
Stamattina (giovedì 18) partiamo da Montalcino, dopo la bellissima serata di ieri sera, che ha rigenerato i corpi e rilassato gli spiriti (complice anche il dio Bacco…).
C’è un’aria freschissima, alcuni ciclisti indossano una leggera giacca di plastica per non prendere freddo.
Ilario stoicamente ha risolto un problema alle labbra spalmandosele di crema.

Si scende a zigozago per la stupenda Val d’Orcia.
Che bellezza di posto! Vedere per credere! Lo stupore ti assale davanti a tanta armonia.
Ogni scorcio è un capolavoro, ad ogni curva c’è un quadro formato dalla natura e dal sapiente lavoro dell’uomo.
La vita pare davvero che ti sorrida.

Per citare “La meglio gioventù” “Tutto è bello, tutto è veramente bello.
Temo però che solo noi sul furgone possiamo apprezzare appieno il paesaggio, mentre i magnifici 15 sudano e sbuffano.
Si chiedono indicazioni, pare che la Cassia sia bloccata per lavori proprio in un tratto che si doveva percorrere.

È vero, ci sarebbe stata una galleria, ma con i lampeggianti del furgone avremmo ovviato all’inconveniente, oltretutto le automobili sono davvero rare.
Il gruppo si divide fra quelli che scelgono la via più in ascesa, non proprio un “muro” ma comunque impegnativa, ed altri che vanno dritti verso la strada più agevole, avendo nelle gambe 6 giorni ininterrotti di bicicletta.

Con il furgone seguiamo Re Arturo (con tanto di bandierina che sventola sulla ruota posteriore), l’encomiabile papà Antenore con il bravissimo figlio Giovanni, il dottor Giovanni (che mentre pedala cerca fra i rovi accanto alla strada qualche mora da assaggiare) e Davide Maioli che ogni tanto da una spruzzata d’olio alla catena e riparte, come se tutta questa gran fatica non lo coinvolgesse più di tanto.

Giunti a San Quirico D’Orcia, il dottor Gianni Filippini scatta qualche foto, Giovanni mette la mano sulle spalle del papà, che esclama “Ecco, così sembra che mi hai spinto te!” e tutt’e due giungono abbracciati alla vetta, come un bel quadretto familiare (mancherebbero Anna e i simpatici nipoti Marianna e Riccardo, ma quelli sono a casa a leggere le cronache quotidiane del loro nonno su Vallesabbianews).

San Quirico è un bellissimo paesino, che un tempo aveva un’importanza strategica per l’influenza esercitata dalla Via Francigena.
Abbiamo visto molti pellegrini transitare da questo paese, che oltretutto ha il merito di avere un Punto Tappa molto ben organizzato per i pellegrini, accogliendoli in modo dignitoso e anche con una rete multimediale.
Facciamo un giretto nelle stupende viuzze, tutto è decoroso ed accogliente.

Si nota la vivacità dei toscanacci, perché al di fuori di un bar c’è un cartello: “In questo bar si organizzano corsi di recupero per astemi”.
Visitiamo i giardini pubblici degli Horti Leonini, un esempio ben conservato di classico giardino all’italiana ed un modello di sistemazione a parco. Si chiamano così perché furono creati da Diomede Leoni su un terreno donatogli da Francesco I de’ Medici.

Sulla strada c’è un nugolo di Ape Piaggio, quei simpatici veicoli a tre ruote che sono stati un vero e proprio simbolo italiano nel mondo (adesso sono di gran moda nel sud est asiatico).
Con l’Ape, in effetti, è molto più facile transitare su quelle strade “mangia e bevi”, puoi caricare molte cose sul cassone e parcheggiare senza problemi (è il veicolo che sogna da una vita il mio amico Mauro Abastanotti…).

Ci fermiamo a bere qualcosa ad un bar, osserviamo che c’è il cartello “43° parallelo”.
È un po’ un riferimento geografico ed un segnale di fede, perché unisce idealmente nel segno della devozione a Maria ed ai santi Giacomo e Francesco i pellegrini del mondo, diretti nei principali Santuari nel cuore dell’Europa (da Santiago di Compostela ad Assisi, da Medjugorje a Lourdes).

Passiamo per Radicofani, dove svetta una rocca medioevale. Il dottor Gianni, che è appassionato di molte cose e le espone con entusiasmo, mi dice di aver sempre sentito parlare di Radicofani, perché è sempre stato il punto di passaggio della Mille Miglia.
E così immagino i rombanti motori dai mille colori che salgono su per l’affascinante tortuosa strada tra le colline verso questo borgo gentile.

Dopo una discesa velocissima, ci si ritrova tutti davanti alla chiesa di Acquapendente, dove i furgonauti portano ai ciclisti acqua, pesche, pane (ma non è salato!!!), prosciutto e pesto.
Fa caldo, e l’immagine dei nostri avisini sdraiati sui gradini della basilica fa un certo contrasto sacro-profano.
Nella basilica è conservata una pietra macchiata di sangue che si dice provenga dal Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Certe espressioni e certe “libertà” dei nostri pellegrini in bicicletta saranno certamente perdonate da lassù…
Li guardo uno ad uno, e penso che sono davvero delle belle persone, ognuno diverso e con la propria essenza. Chi ride, chi comunica sempre ad alta voce, chi è riflessivo, chi è attento alla posizione in cui siamo, chi parla sempre e chi ascolta, chi se ne sta in disparte immerso nei propri pensieri.

E come nella canzone di Ivano Fossati:…E in tutto questo bell’andare/ quello che ci consola/ è che siamo stati vicini/ e siamo stati anche bene / e siamo stati male/ ma siamo ancora insieme”.

Durante la pausa chiacchiero con Leo Casari, mi racconta che dal 2006, nel mese di marzo, insieme ad un’équipe di medici ed infermieri si trasferisce nella città di Khulna, uno dei centri più importanti del Bangladesh che si trova su un ramo del delta del Gange.
Lì portano avanti un intervento sanitario mediante una fantastica équipe uro-ginecologica, guidata dal dottor Giuliano Maffetti, ginecologo, coadiuvato dal dott. Bondavalli, urologo. Insieme a loro c’è un eccellente gruppo di medici ed infermieri di varie località che spende gratuitamente il proprio tempo di ferie per poter essere utile a gente che non ha nulla.

E allora mi viene in mente il film “The Amazin Spidermen 2”, un cui si dice: “E’ facile sentirsi pieni di speranza in una bella giornata come oggi. Ma davanti a noi ci saranno anche giorni bui. Giorni in cui ci sentiremo soli, è allora che serve la speranza, non importa quanto in fondo sarà seppellita o quanto perduti vi sentirete dovete promettermi che mai rinuncerete alla speranza. Mantenetela viva, dobbiamo essere più forti nelle nostre sofferenze: l’augurio che vi faccio è di diventare voi stessi speranza.

Entro nella chiesa, visito le cripte, ma fa un freddo che ti entra nelle ossa (…) ed ho paura che la luce si spenga, allora faccio una corsa sulle scale e ritorno sul sagrato, con un po’ d’affanno.
Il dotto Gianni e Antenore giurano che il paese pullula di belle ragazze. Non chiedo il motivo di tale conoscenza, mi guarda attorno ma vedo solo auto e gatti solitari.
Nel bar c’erano due signore anziane che servivano dietro il banco: sicuramente saranno state belle ragazze, un po’ di tempo fa…

Si riparte, ormai il paesaggio è mutato
, ed ho già nostalgia della terra toscana…Ma poi, all’improvviso, la sorpresa delle sorprese.
Lasciato il bel lago di Bolsena (il lago di origine vulcanica più grande d’Europa) ci si inerpica verso una località che non avevo mai sentito: Civita di Bagno Vignoni.
Penso: ma come mai i nostri ciclisti devono sudare sette camicie per raggiungere un posto così?

Parcheggiamo il furgone, saliamo su un pullmino: insieme a noi sale un’allegra compagnia di una trentina di persone, vengono da Mazzano e siamo tutti stretti come sardine. Finalmente arriviamo in alto e scendiamo. Guardiamo.
Oh meraviglia! Dinanzi a noi uno stupendo borgo incantato, situato su uno sperone di tufo. Sembra una visione surreale, un sogno, un’immagine che solo un film può ricreare.

Viene soprannominata “la città che muore” perché è aggrappata a questo sperone che si sta letteralmente sgretolando sotto il centro abitato.
Una città viva per miracolo, che tra qualche decennio potrebbe scomparire per sempre. Roba da non credere! Si raggiunge scendendo prima un centinaio di scale e poi camminando su un lunghissimo ponte.
C’è un sacco di gente, molti sono giapponesi con l’ombrellino parasole.

Il borgo è abitato da pochissime persone, e tra queste “Gigio” Baresi ha la fortuna sfacciata di conoscere un amico, che ospita lui con Ivo, Leo e Giovanni nella freschissima cantina (di origine etrusche, non so se mi spiego…), dove possono gustare un vinello che fa resuscitare i morti.
I furgonauti tornano sui propri passi, perché il cielo sta cambiando rapidamente: nuvoloni minacciosi si stanno avvicinando, ci sono fulmini che solcano il cielo. Il paesaggio a livello fotografico sarebbe ancor più bello, se non rischiassimo di bagnarci tutti.

E infatti accade, perché il pullmino che ci aveva portati su ora è a disposizione dei turisti giapponesi (o cinesi, non si saprà mai…) e noi dobbiamo scendere a passi lunghi e ben distesi sotto una pioggia a tratti scrosciante.

In fondo, anche questa è un’esperienza unica. Poi scendiamo verso Viterbo, stanchi ma contenti di aver vissuto così tante emozioni.
I nostri ciclisti oggi hanno percorso 107 chilometri, domani con altri 95 km arriveremo (a Dio piacendo) a Roma, dove ci raggiungeranno alcuni familiari.
Mi giunge la telefonata di Valter, chiede se vengo anch’io a fare un giretto serale a Viterbo. Declino il chiassoso ma gentile invito. Per stare con certa gente ci vuole un fisico bestiale. E alura nò a dormer, che ghò una sonn del’ostis!

Buon viaggio (Cesare Cremonini)

Che sia un’andata o un ritorno
che sia una vita o solo un giorno
che sia per sempre o un secondo
l’incanto sarà godersi un po’ la strada
amore mio comunque vada
fai le valigie
e chiudi le luci di casa
Coraggio lasciare tutto indietro e andare
partire per ricominciare
non c’è niente di più vero
di un miraggio
e per quanta strada ancora c’è da fare
amerai il finale


John Comini

Le foto sono di Antenore Taraborelli e soci
Qui tutte le tappe


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