14 Giugno 2020, 09.19
Sabbio Chiese Valsabbia
Storie vere

Sulla strada per Arkea

di Silvia Agogeri

(Dedicato a te, se ti avanzano 20 euro alla fine del mese)
Siamo entrati in aeroporto a Malpensa una sera di inizio dicembre e siamo usciti ad Addis Abeba il giorno dopo, alle prime luci del mattino…


Abbiamo volato poche ore, tutto sommato, ma abbiamo capito subito che non avevamo solo attraversato uno spazio fisico; era come se fossimo atterrati su un altro pianeta.
Chilometro dopo chilometro, lungo la strada per Areka, ci lasciavamo indietro pezzetti di noi che evidentemente non ci servivano, strati che poco per volta scivolavano via e ci lasciavano più leggeri, più liberi.
Fuori dal finestrino c’era un mondo che non puoi mai immaginarti abbastanza, perché tutte le foto che hai visto e le cose che hai sentito sull’Africa sono come ologrammi un po’ sognanti di quello che invece è uno schiaffo di realtà che ti arriva dritto in faccia e ti stordisce i pensieri per un tempo indefinito.

Fuori dal finestrino c’è un mondo fatto di corpi neri che si muovono lungo la strada, corpi magri e duri che camminano accanto agli asini carichi di sacchi di cereali, taniche giallissime di acqua, legna.
Corpi di bambini nelle uniformi colorate della scuola che percorrono una strada lunghissima, con un quaderno in mano.
Corpi stretti sulle motociclette modificate con i sedili piatti che possono accogliere anche tre persone, quattro se ci sono bambini.
Corpi di donne con carichi pesanti che abbassano la schiena, ma non la testa.

Forse ci sembra strano che ci sia così tanta gente che cammina per la strada quando le corsie delle nostre strade sono invase da auto enormi con a bordo uno, forse due passeggeri. E non c’è il grigio del cemento.
A parte la strada, non c’è niente di grigio. C’è il marrone dei tronchi e della terra, con le varie sfumature di beige, il verde in tutte le tonalità immaginabili, e poi l’azzurro limpido del cielo. Colori netti, senza fronzoli, come tutto il resto.

Ad Areka c’è un piccolo angolo di paradiso
.
Il centro costruito dal Centro Aiuti per l’Etiopia comprende una casa di accoglienza per bambini abbandonati con tanti servizi che garantiscono ai suoi piccoli ospiti una vita dignitosa: dei dormitori divisi a seconda delle fasce d’età, una stanza ricreativa, aule per i compiti, un parco giochi all’aperto, un’infermeria, una struttura in bambù adibita a chiesa, tanto spazio per giocare e fare sport e delle tate che li sorvegliano ventiquattro ore al giorno.

I bambini sono in un posto bellissimo
, immerso nel verde e nel colore, ma non hanno una famiglia. Sono curati, vestiti e lavati, ma non hanno qualcuno che la sera li accompagni a letto e legga loro una favola della buona notte.
Sembrano molto legati tra loro, sono tutto quello che hanno. Nel centro c’è anche una cucina dove le donne preparano i pasti dei bambini e del personale, un allevamento di polli, capre e tanta terra coltivata da fare invidia al giardino dell’Eden.

TEMPERINO


Il primo giro l’abbiamo fatto quasi in incognito, come se due bianchi potessero passare inosservati in un centro abitato solo da etiopi.
Abbiamo trovato subito le aule – erano vuote perché i bambini la mattina frequentano una scuola esterna al centro – siamo entrati e abbiamo deciso di sistemarle; da bravi occidentali con la mania del controllo che non sopportano i banchi sparpagliati e il disordine.
Ci siamo chiesti come mai le aule non fossero tenute più in ordine, perché libri e quaderni e fogli fossero sparsi un po’ ovunque, come tavoli e sedie, e per quale motivo ci fossero delle matite colorate senza punta e nemmeno un temperino.

Abbiamo fatto la punta alle matite con un coltellino svizzero, ordinato i fogli e i banchi.
Due ore dopo eravamo sommersi da bambini urlanti che ci toccavano i capelli, la barba, gli oggetti strani che indossavamo come gli occhiali da sole o l’orologio.
È stato come essere travolti da una tempesta – le aule ne erano la conferma – e dopo aver trascorso qualche momento a disegnare e colorare ci siamo ritrovati fuori, rintanati a un lato del parchetto, con un bambino che aveva deciso di non lasciarci andare così in fretta.

L’immagine è stampata nella mia mente:
ci arrivava alla cintola, un pollice in bocca, l’altra mano in quella di Stefano, lo sguardo a terra e ai piedi una sola ciabattina di plastica.
In quel momento ci siamo guardati e senza dirci niente abbiamo capito che forse un’aula in ordine o il temperino non sono esattamente la loro priorità. Credo che lo sapessimo già, in qualche modo, e non era stata la ciabattina rotta ad aprirci gli occhi.

Ad un tratto era tutto lì: la povertà, l’abbandono, la fame; tutte cose che sappiamo che esistono ma in realtà no, non lo sappiamo davvero.
Ad un tratto tutte le parole “contenitore” che ci siamo portati dietro dal nostro primo mondo – Africa, bambini-che-muoiono-di-fame, terzo-mondo, povertà – si sono riempite di significato.

Lì, in quell’essere umano che ci teneva per mano, tutta la sofferenza del mondo si è improvvisamente materializzata.
Nei giorni seguenti abbiamo lasciato che i bambini ci prendessero la mano, che ci toccassero, che ci trascinassero nel tucul-chiesa a dire il rosario al pomeriggio.
La chiesa di Peter Pan, dove la persona più grande che dirige la funzione a suon di tamburo e intona i canti ha forse 16 anni (ed è bravissima a scuola, ci dicono) – fatta eccezione per i ragazzi con disturbi mentali, che sono gli incaricati dell’accoglienza e forse hanno qualche anno in più.

Alla messa della domenica, invece, c’è un prete etiope che recita la funzione mentre i bambini siedono composti nei banchi.
Quando entriamo, qualcuno inizia a girarsi verso di noi e a spiarci, sorride o sussurra qualcosa al vicino.
Per tutta la funzione, bambini più o meno piccoli e ragazzini problematici si alternano a venire da noi, ci si siedono in grembo, si appoggiano alle nostre gambe oppure ci prendono le mani perché le battiamo insieme a loro, al ritmo del tamburo.

Alla fine della messa restiamo seduti qualche minuto, frastornati da tanta bellezza, e prima di uscire noto un ragazzo evidentemente malato – le piaghe sulla testa, di solito coperte da un cappellino da baseball, stavolta sono in evidenza – inchinarsi fino a terra e baciare i gradini che conducono all’altare, in un gesto di grande riverenza.
All’inizio mi è sembrato un atto insolito, ma nel giro di pochi istanti il contesto ha di nuovo riempito le parole con cui avrei potuto definirlo – se mai avessi anche solo provato a farlo – e quel gesto si è trasformato in qualcosa di concreto, reale, semplice come una preghiera.
Non era un gesto esagerato o la manifestazione di un estremismo, come sarebbe considerato da noi. Era una pura e semplice manifestazione di fede.

TUTTE LE ANIME

Qui ha tutto un altro sapore; il caffè, il pane, la verdura, le banane; anche la fede ha un sapore diverso.
Si spoglia di tutto ciò che in occidente rischia di farla apparire come un privilegio; come una questione complicata dove ci sono vari livelli di credenti e tanti modi di praticare, professare, predicare; come una forma di ipocrisia in cui è troppo facile ricadere nel nostro mondo bello e ricco e lustro.

Qui la fede è nuda e cruda. Non ha bisogno dei fronzoli di cui troppo spesso è ricoperta nei paesi ricchi, né dei dibattiti a favore o contro altre fedi o religioni. Qui aiuta a vivere, a sopravvivere, ad affrontare il mondo più brutto, reso tale dall’avarizia e dalla cattiveria dell’uomo stesso.
Come tutto il resto, anche la fede è semplificata, non concettualmente ma nella sua pratica.

Si prega per i poveri, per i bambini malati e abbandonati, per avere la forza di alzarsi ogni giorno e arrivare a sera senza farsi sopraffare dalla difficoltà di risolvere un problema che in occidente non esiste ma che in Africa ti può anche distruggere.
Per avere la forza di vedere quelli che non ce la fanno, di non poter salvare tutti, di caricare in auto bambini indifesi e portarli in un orfanotrofio sconosciuto e inospitale perché in parlamento otto persone hanno deciso che l’Etiopia avrebbe chiuso i cancelli dell’adozione internazionale.

Si prega prima di mangiare e si dice il rosario prima di dormire.
E dentro un tucul nel centro di accoglienza di Addis Abeba – dove fino a poco tempo fa risiedevano, con la speranza di essere adottati, tanti bambini abbandonati – le voci delle persone che ogni giorno si alzano e lottano contro i mulini a vento hanno un tono diverso rispetto a quelle che talvolta si alzano dai banchi delle nostre chiese.
Sono voci espressive che non recitano le preghiere come litanie ripetute a memoria.

Mentre siamo seduti al tavolo dove abbiamo cenato con Giovanna e Benedetta, sotto una luce debole avvolta dal buio della sera dentro un tucul ormai quasi inutilizzato in una zona periferica di Addis Abeba, le osservo mentre recitano le preghiere del rosario ad alta voce, e lo sento che quando dicono “porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia”, lo stanno chiedendo davvero.

QUI LA VITA NON VALE NIENTE


Qualche giorno dopo il nostro arrivo abbiamo cominciato a capire che quello di cui credevamo di esserci spogliati all’inizio, il nostro strato occidentale che ci impediva di immergerci nell’Africa vera, in realtà era solo il primo sottilissimo strato superficiale di qualcosa che doveva essere estirpato molto più a fondo.

E abbiamo capito subito che un solo viaggio non sarebbe bastato allo scopo.
Incontravamo persone che vivono, lavorano e aiutano in quel posto così lontano e così faticoso, e non riuscivamo a spiegarci come riuscissero a mantenere la calma in quel marasma di difficoltà in cui qualunque cosa si faccia, per lo più con sforzi enormi, non risolve le situazioni se non temporaneamente.
Noi siamo programmati per cercare soluzioni permanenti, per ottimizzare i tempi, per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, per lavorare e produrre perpetuamente.
Niente di tutto questo ha senso dove si muore di fame o per una polmonite.

Intuivamo vagamente che quelle persone che trascorrono mesi, anni in un luogo come l’Etiopia per svolgere un lavoro umanitario dovevano aver capito qualcosa che per noi rimaneva nell’ombra; intravedevamo il senso di passare tre mesi in una missione cattolica di suore etiopi a sistemare le grondaie di una clinica senza medici o a dividere in due una rudimentale sala parto in un posto dove di parto spesso si muore.

Riuscivamo a percepire il sacrificio di chi percorre centinaia, migliaia di chilometri su strade dissestate a livelli inimmaginabili per trovare uno, due, tre bambini adottati a distanza allo scopo di verificare il loro stato di salute e assicurare loro una continuità del sostegno dal benefattore italiano.

Vedevamo la grandezza di quello che una sola persona ha costruito in 35 anni in un paese dove la vita non vale niente, li toccavamo quei bambini che se non ci fosse stato quel centro sarebbero stati abbandonati chissà dove, forse morti.
Abbiamo visto tutto con i nostri occhi da dentro la nostra veste occidentale, che siamo riusciti a scostare di pochi centimetri, quelli che ci sono bastati per capire che abbiamo ancora tanta strada da fare come esseri umani.

ADOZIONE

“Qui la vita non vale niente” è una frase dura da pronunciare, ma spiega l’enormità del sacrificio e del lavoro che Roberto Rabattoni, il presidente del Centro Aiuti per l’Etiopia, ha fatto negli anni per dare un valore a tante vite che non l’avrebbero avuto, solo per essere nate nel posto sbagliato.
Da quando siamo tornati in Italia non passa giorno senza che pensiamo almeno una volta a quella frase di Roberto, alla messa dei bambini, al viaggio con Giovanna nei villaggi alla ricerca dei bambini adottati a distanza dall’Italia.

Pensiamo alle strade dissestate al limite del percorribile, alla disinvoltura con cui una giovane donna bianca si inoltra nei più remoti e poveri villaggi dell’Etiopia con una fotografia in una busta e una lista di codici scritti a mano per trovare bambini e famiglie che potrebbero essere spariti o finiti chissà dove nella giungla del terzo mondo, nella miseria inclemente dell’Africa nera.

Eppure succede questo; si lasciano i centri dell’associazione e si parte per viaggi che durano giorni allo scopo di raggiungere i villaggi e trovare i bambini che non si sono presentati, per qualsiasi ragione, al primo censimento degli adottati a distanza.
E non importa quanto tempo ci può volere, quali sono gli ostacoli fisici, linguistici, culturali da affrontare; non importa se nel 2020 si parte con una foto in una busta e un indirizzo scritto a penna quando nel primo mondo ci si inviano messaggi con internet da una stanza all’altra.

Niente importa qui; si mette da parte la rabbia, la paura, l’incognita e si parte perché è l’unico modo per far sì che un bambino sia aiutato e che un benefattore in Italia non smetta di inviare il suo contributo.
Alla fine, però, quando tra le capanne di fango e la vegetazione bruciata emerge un bambino con la mano in quella della madre, dei vestiti decorosi e lo sguardo impaurito come ad un provino, tutto comincia ad avere un senso, un senso profondo che ti fa capire perché non ci si chiede se è possibile o quanti sforzi ci vorranno, ma semplicemente si parte.
Significa dare valore alla vita; in questo consiste il lavoro.

E ci si sente parecchio a disagio quando si percepisce che da qualche parte sosta quella nota sensazione che forse si sta perdendo il tempo, che magari si girerà tutto il giorno e non si troverà nessuno dei bambini.
Ci si sente a disagio a pensare che è un lavoro assurdo, impossibile, inaffrontabile. Ci si sente a disagio perché da qualche parte si annida il pensiero che sia in qualche modo insensato, che per ogni bambino aiutato ce ne sono cento, mille che non riceveranno nulla e ne avrebbero altrettanto bisogno, che non ci sono abbastanza persone che fanno questo lavoro, non ci sono abbastanza strade per raggiungere i villaggi, non ci sono abbastanza macchine, abbastanza mani, abbastanza giorni, abbastanza cuori.

“Alla fine del mese venti euro ti avanzano sempre”, ci ha detto Giovanna mentre aspettavamo che un bambino finisse il suo disegno appoggiato al sedile del passeggero della nostra auto – il disegno che insieme alla foto andrà spedito in Italia. “Venti euro ti avanzano sempre”.

Non è vero per tutti ma è vero per tanti, come noi, anche se è troppo difficile capire che cosa significa soltanto guardando la fotografia di un bambino povero appesa al frigorifero.
Qui la vita non vale niente, venti euro ti avanzano sempre; l’Etiopia, l’Italia; la vita, venti euro.
Difficile pensare che un simile accostamento possa esistere davvero ed è più semplice dire a se stessi che tanto non cambia niente.

Ma non è così. Il Centro Aiuti per l’Etiopia fa la differenza. Roberto, Giovanna, Benedetta e tutti i volontari fanno la differenza.
Un’adozione a distanza fa la differenza. So che è difficile capirlo e crederlo, avere fiducia in qualcosa che non si può vedere con i propri occhi ogni giorno. È difficile fare qualcosa per qualcuno e accettare di non poterlo fare per tutti. È difficile non pensare che tanto non cambia niente. È difficile comprendere per chi non ci è stato, ricordare per chi lo ha vissuto.

È per questo che con il senno di poi ho iniziato a pensare che, in fin dei conti, le anime “più bisognose della sua misericordia” forse sono le nostre.

Silvia Agogeri - Sabbio Chiese




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