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28 Febbraio 2020, 07.49
Valsabbia
Incendio

Terzo giorno

di val.
Nonostante il massiccio impiego di mezzi aerei e di uomini a terra, questa mattina è necessario ricomiciare a spegnere le fiamme

Il fuoco non è ancora spento: si direbbe ridimensionato, ma per nulla domo.
Questo il responso ieri sera, all’imbrunire, al termine di una giornata densa di impegno umano e di mezzi, quando ancora fra le valli risuonava l’eco dei motori dei canadair in azione.

A parte un momento di grande paura a Lodrino nel primo pomeriggio, quando le fiamme avevano cominciato a lambire la pineta che sovrasta il paese, soffocate poi concentrando in quell’unico punto tutta la potenza aerea a disposizione, due in sostanza sono stati i fronti che hanno impegnato uomini e mezzi.

Quattro canadair che si sono dati il cambio attingendo acqua sul lago d’Idro e poi sul Garda; due grandi elicotteri Erickson S-64 capaci di riversare sulle fiamme 9 mila litri per volta dopo averli caricati dal lago di Bongi; un numero imprecisato di elicotteri che hanno fatto la spola fra la montagna e le vasche posizionate dai volontari al Passo del Cavallo, a Mura, a Casto nella Valle Duppo e sul Piano di Lo a Bione.

A terra
una cinquantina di volontari dell’Antincendio boschivo gestiti in Valsabbia dal funzionario Marco Mozzi, gli uomini della Protezione civile, i Vigili del fuoco soprattutto laddove c’erano abitazioni da proteggere, Carabinieri e carabinieri forestali.

Dell’incendio partito nella notte fra martedì e mercoledì sulle pendici del Nasego, la lingua di fuoco più impegnativa da contenere è stata quella che dopo aver superato la cresta della Corna di Mura si è distesa sui declivi più dolci a nord, quelli ben visibili da Noffo e Lavino, spingendosi fin quasi a Marmentino.

L’altro fronte critico, seguito dell’incendio partito la sera di martedì negli “Inferen” di Bione, una volta fermate le fiamme nella valle della Regasina per altro a poche decine di metri dal rifugio Paradiso ovvero in pieno Parco delle Fucine, è stato quello che dopo essersi mangiato il monte Cè e Prealba è sceso in direzione di Lumezzane, aggredendo da una parte il Dosso Giallo e minacciando di scollinare sopra Mosniga, dall’altra seguendo il filo dei dossi, bruciando Carnè e rotolando giù verso la Coca.

Questa la situazione ieri sera quando è arrivato il buio e le fiamme sono tornate ad essere ben più visibili che il fumo.
Impensabile proseguire con le operazioni di spegnimento: per poterlo fare dal cielo è necessaria la possibilità di navigare “a vista”; da terra sul terreno impervio col buio sarebbe pericolosissimo.

Si riprenderà questa mattina, con vigore necessario per fare in modo che sia l’ultima giornata di gran lavoro.
A complicare le operazioni di spegnimento delle fiamme, nel primo pomeriggio, le raffiche di vento che hanno trasportato il fumo prevalentemente verso sud-est, rendendo l’aria irrespirabile nelle vallate sottovento.

E insieme al fumo si respirava anche la rabbia.
Non c’è alcun dubbio, infatti, sull’origine non solo dolosa, ma anche intenzionale delle fiamme.
Non sono stati trovati inneschi, ma entrambi gli incendi sono divampati in orario notturno, quello sul Nasego addirittura da due distinti focolai, senza scariche elettriche da temporale o altro.

Il motivo? Le ipotesi si sprecano. Certo nella mente dei responsabili hanno giocato l’ignoranza, la cattiveria, forse la malattia.

.in foto: Mura e la sua Corna; ieri sera da Lavino

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