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14 Gennaio 2020, 16.05
Valsabbia
L'opinione

Un «capitano»? No grazie

di Valsabbin* Refrattar*
Buongiorno Vallesabbianews, vi chiediamo spazio per pubblicare questa risposta ad un articolo pubblicato la scorsa settimana nella rubrica Eco del Perlasca

Abbiamo letto con interesse e un certo stupore il vostro scritto della scorsa settimana riguardante l'analisi dell'attuale classe politica.
Non ci soffermeremo tanto sulla critica, parola che non per forza deve essere letta con accezione negativa, delle valutazioni fatte e dei collegamenti storici proposti, ma vogliamo fare e condividere con Voi una riflessione sulla conclusione dello scritto e lo facciamo collegandola con un tema molto attuale e scottante che è la guerra e una foto diventata virale sui social qualche tempo fa.

La foto riporta un buon numero di aerei da caccia parcheggiati in ordine su di una pista di lancio e in sovraimpressione una scritta: in questa foto possiamo ammirare 30 ospedali, 50 asili e 70 case di riposo per anziani.

Ma perché parliamo di questo?

Perché stiamo vivendo un periodo storico di grandi cambiamenti, di grandi contraddizioni ma soprattutto di escalation verso l'ennesima guerra, le tensioni nel mondo sono evidenti e negli ultimi tempi si sono pure acuite.
La classe politica italiana e non solo, sembra essere spettatrice e per certi versi, non ricevendo alcune pressioni da movimenti più o meno pacifisti o antimilitaristi, sarà destinata ad accettare passivamente le scelte dei propri alleati.

E noi in tutto ciò che dovremo fare?

Aspettare una classe politica con idee chiare e che sappia dare delle risposte concrete anche a un problema mondiale come può essere una guerra o a auspicare l'arrivo di un vero capitano (dove l'aggettivo vero ci fa rabbrividire)?
Ovviamente nessuna delle due, perché crediamo fermamente che solo noi possiamo essere l'unico argine ai venti di guerra che stanno soffiando, perché pensiamo che i cambiamenti e le risposte ai nostri bisogni anche di pace non avvengono certo grazie ai meccanismi di delega finora adottati o aspettando che qualcuno faccia qualcosa per noi ma bensì attraverso l'impegno diretto, costante e quotidiano.

E questo vale sia per il tema guerra che per gli altri temi difficili che le nostre generazioni si trovano ad affrontare, casa, lavoro e reddito ma anche la grande questione riguardante le libertà.

E noi per prenderci il futuro ci vogliamo impegnare, con dedizione giorno dopo giorno per cercare di cambiare una realtà che sembra essere molto stretta a tutte e tutti.

Leggere il finale del Vostro scritto ci ha fatto anche preoccupare, e non vorremmo mai pensare che questa classe politica, questa situazione e questo sistema sociale possa avere rubato a Voi-Noi giovani e studenti la cosa che più ci caratterizza, che è la speranza.

Non possiamo accettare che l'utopia abbia lasciato spazio alla realtà e alla sua accettazione con la rassegnazione tipica di chi ha già rinunciato a cambiare le cose e che ha già perso.

Guardiamo all’esperienza di uno stato a noi vicino, la Francia dove i portuali autorganizzati hanno negato l’attracco a delle navi cariche di armi destinate all’Arabia Saudita. E grazie a quell’impegno e a quell’esperienza contagiosa anche i portuali genovesi hanno bloccato, la scorsa estate, alcune navi.
La Francia dove una riforma delle pensioni, molto ma molto più blanda della schiavitù a cui saremo destinati in Italia, giusto la scorsa settimana scorsa si prospettava una modifica della quota 100 portando l’età pensionabile a 71-72 anni, ha portato ad un blocco del paese e proteste in piazza.

Proteste per lo più spontanee.


E questo ci fa dire, gridare, che queste esperienze e la foto che accompagna l’articolo sono uno schiaffo in faccia che ci deve fare svegliare, sono uno schiaffo al nostro futuro, è l’ennesima prova di forza di uno stato, di una coalizione di un modello di società malato, che se solo vedesse tanta gente in piazza a protestare in tempo di pace, contro l'utilizzo delle scuole e delle università come centri di progettazione delle armi più sofisticate o contro lo sperpero di denaro per le spese militari starebbe molto ma molto più attento e farebbe delle scelte diverse, scelte di cui tutte e tutti potremmo beneficiarne, noi con qualche ospedale o servizio in più e qualche povero nel mondo che non vedrebbe il proprio futuro scosso dalle bombe che produciamo e che lo costringono ad emigrare.

Scelte che solo Noi possiamo determinare.


È un consiglio o forse un sogno utopico, ma è l'unico faro che ci guida in questa notte buia.

Fraternamente Valsabbin* Refrattar*

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