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01 Maggio 2019, 09.30
Vobarno Gavardo Villanuova s/C Roè Volciano
Blog - Maestro John

Lanificio, Cotonificio, Falck...

di John Comini
...per non parlare della De Angeli Frua e di altre fabbriche che fino a pochi anni fa creavano lavoro nel nostro territorio. Già, il lavoro. Il lavoro non dà solo la paga...

Il lavoro dà anche dignità, dà un senso alla vita. Perché la vita è come la nostra Costituzione: è fondata sul lavoro. Almeno, dovrebbe esserlo. Ma in questi tempi difficili, la crisi economico-finanziaria, la globalizzazione senza regole e certe scelte di politica industriale miopi hanno spesso ridotto il lavoro alla precarietà. Sembra impossibile che nel nostro territorio ci fossero fabbriche dove tanti uomini, donne, ragazzi e ragazze della zona potessero trovare un lavoro. Eppure c’erano, e molte persone conservano dentro di sé la memoria di quegli anni, di quelle fabbriche.

Tanta gente che conosco lavorava al Lanificio di Bostone. Tra gli altri, il mio caro cognato Sergio Franceschetti e la cara Leti, mamma della mia amica Daniela Massolini. Un fiume di gente andava al lavoro in bicicletta, e sembrava il paese dei campanelli, o dei berretti blu. Leggo che alla fine dell’800, 1.800 operai scavarono nelle rocce di un monte un canale lungo più di un chilometro, per realizzare un canale che avrebbe sfruttato l’energia delle acque del Chiese (ah, il Chiese!).

Il Lanificio produsse filati di lana pettinata sia greggi che tinti, semplici e ritorti su bobine e in matasse. I primi segni di ripresa dalla devastazione della guerra li offrì proprio il Lanificio, assumendo anche numerosi reduci dai campi di prigionia. A quel tempo l’economia era sostanzialmente contadina (la mezzadria e la piccola proprietà occupavano nel 1950 ancora 1770 addetti). In paese vi erano infatti numerose stalle, tutte destinate a scomparire nel giro di pochi anni: in Capoborgo, Via Molino, Via Fossa, Via Santa Maria…

Il Lanificio nel 1950 occupava 1.500 persone di cui due terzi donne. Venne poi denominato Lane Gavardo e nel 1976 "Grignasco-Garda" , su iniziativa della GEPI (società pubblica dedicata al salvataggio delle aziende in crisi e alla salvaguardia dell’occupazione) e di un imprenditore piemontese. Gestione che andrà avanti con una graduale e dolorosa riduzione degli operai fino alla tristissima, definitiva chiusura. Ricordo le manifestazioni sindacali contro i licenziamenti, la fabbrica occupata, il sostegno di numerose associazioni, le accese discussioni nel Consiglio Comunale.

Adesso c’è un grande Centro commerciale, ma quando passo la «ponticella» di ferro costruita per facilitare l’accesso allo stabilimento agli operai, mi si stringe il cuore pensando a quei tempi ed all’onesto sacrificio di tante persone che hanno lavorato con impegno per dare un futuro alla propria famiglia.

La mia amica Ceci (Cesarina) moglie di Aldo Zambelli, mi ha raccontato la vita che faceva lavorando presso il Cotonificio di Villanuova. Sarei stato ore a sentirla, perché ricorda perfettamente sia il lavoro, sia la relazione con le persone. Nonostante i vari problemi sul lavoro, Ceci racconta con nostalgia quegli anni, anche perché ha intrecciato ottime amicizie sia con le compagne di lavoro sia con alcuni capo-reparto e dirigenti. Anche il Cotonificio sorse alla fine dell’800, e riceveva la forza dal Chiese con il canale che comincia sopra Tormini. Vi si lavorava giorno e notte alla filatura e torcitura del cotone, ma nel 1992 anche la sua storia è finita.

Su un bel cartello posto vicino alla piazza del mercato, leggo un brano dal libro “Altri tempi” di Vittorino Ravasio, dirigente nella fabbrica nel secondo dopoguerra: “Prima della Grande Guerra, le condizioni in fabbrica erano molto disagevoli. Gli operai lavoravano dalle 10 alle 12 ore al giorno. Gli ambienti non erano confortevoli. Si trattava di sale più simili a prigioni che ad opifici. Ambienti polverosi, caldi, saturi di umidità, scarsamente illuminati anche perché molto bassi, con impianti di trasmissione e di cinghie che ruotavano pericolosamente sopra le teste con grande frastuono. In certi posti di lavoro gli uomini, alla fine, sembravano fantocci di polvere e di stracci. Le donne dovevano lavorare sepolte tra file di macchine dalle alte spalliere che d’estate, oltre alla polvere, scaricavano vampate di calore oltre i 40 gradi… In quel clima si generavano famiglie: figli che nascevano e crescevano nel puzzo del cotone e che all’età di 12 anni, puntualmente, erano davanti alla portineria a chiedere l’assunzione.”

Ancora una volta è giusto ricordare e rendere onore a quelle persone che vivevano in condizioni di lavoro non certo facili. 
“Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più
una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica
come se non c’è altro che fabbrica
e hai sentito anche odor di pulito e la fatica è dentro là...
«Zero a zero anche ieri: 'sto Milan qui,
'sto Rivera che ormai non mi segna più,
che tristezza, il padrone non c’ha neanche 'sti problemi qua.»
Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina vuol bene alla fabbrica,
e non sa che la vita giù in fabbrica
non c'è, se c’è com'è?”  (Enzo Jannacci)

Mio fratello Franco, prima di lavorare nel negozio di scarpe, ogni giorno saliva sulla sua bicicletta “Zecchini” per andare a lavorare a Vobarno, alla Falk. Anche quella fabbrica era nata durante la rivoluzione industriale alla fine dell’800. Dopo la Grande Guerra, la Ferriera era la più importante della Lombardia: nel 1931 vi lavorano 1.400 addetti. La crisi del settore siderurgico e le contrazioni del mercato, hanno determinato la cessione dello stabilimento (1996). Lo stabilimento è stato smantellato e nelle aree dismesse hanno trovato posto edifici residenziali, una piazza e servizi pubblici, fra cui la bellissima biblioteca comunale.

Proprio al teatro di Vobarno ho assistito ad un bellissimo spettacolo in dialetto,  «Dale ses ale dò dale do ale des», con Enrico Re, un attore straordinario, che ha ripercorso il cammino fatto dalle aziende del ferro della nostra provincia, partendo dagli anni in cui si facevano anche nove colate al giorno, fino agli anni più duri della crisi, quando il padrone, che passava nello stabilimento tutte le mattine e aveva parole buone per ogni operaio, è stato costretto a chiudere e a licenziare. Uno spaccato di vita, vicende quotidiane di uomini che hanno vissuto cambiamenti storici, passioni, conquiste e disillusioni. Storie di operai della ferriera, di chi ci ha vissuto dentro per 15 ore al giorno, sotto quelle “gru che girano come giostrine della fiera”, con il fragore di quegli enormi macchinari…Ed i turni, i reparti, le colate, gli infortuni, le amicizie, le lotte sindacali, i preti operai, l’odio-amore per una fabbrica che per anni ha assicurato, nonostante tutto, stabilità e sicurezza economica.

C’è una cosa che mi fa riflettere: accanto a queste fabbriche sono sorte le case degli operai, gli asili ed anche sale per il teatro. Come non ricordare il sogno di Adriano Olivetti, pioniere del capitalismo dal volto umano, che credeva nel futuro di una comunità fondata sul lavoro ma anche sulla cultura come stile di vita civile? Oppure Crespi d’Adda, in cui accanto alla fabbrica ci sono la scuola, l’ospedale, il dopolavoro ed il campo sportivo. A proposito, l’azienda Falck sosteneva un’importante società calcistica. L’amico Ezio Gamberini, in uno dei suoi bellissimi ‘Racconti del lunedì’ su Vallesabbianews, ricorda che “con la maglia verde della mitica Falck, provai l’emozione più grande della mia carriera di calciatore: giocai una finale allo stadio Rigamonti di Brescia, su un terreno di gioco liscio come un tavolo di biliardo, foderato di morbido muschio.”

C’è un detto: i padri creano, i figli ingrandiscono e i nipoti sprecano… Purtroppo in molti casi si assiste alla svendita delle nostre eccellenze, oppure molti manager preferiscono giocare in Borsa piuttosto che credere nel lavoro della propria azienda. Il cammino del lavoro è diventato ancor più difficile, c’è molta disoccupazione, scarso controllo delle regole sindacali o ambientali e tanti giovani si trasferiscono all’estero.
Ma non dobbiamo dimenticare, come scrive Edoardo Nesi, che nel dopoguerra gli industriali “rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava, e si basava su quelle che all’epoca erano le regole del libero mercato. Un sistema che aveva consentito all’Italia di risorgere dalle macerie della guerra, garantito diritto e stabilito doveri, sparso benessere e dato lavoro a milioni di persone, pagato pensioni e ricoveri in ospedale, case e automobili, televisori e vestiti, creato e realizzato sogni e alimentato illusioni….”

Ricordo il bellissimo film “Per non perdere il filo”,  realizzato dall’associazione culturale «La rosa e la spina» sul lavoro femminile, quello delle tante donne che, per generazioni, hanno legato il proprio destino a Lanificio e Cotonificio. Storie di fatica e di speranza, storie da ricordare con un pizzico di nostalgia. Perché nelle fabbriche scorreva la vita, nascevano gli amori… Come nelle testimonianze raccolte dall’associazione “I Giorni” di Prevalle, dove i racconti delle operaie parlano della fatica, dell’energia e della grazia di quelle meravigliose donne, che non hanno mai perso la fiducia, l’allegria, la solidarietà, pronte ad aiutarsi nel momento del bisogno. Grazie, belle ragazze!

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo,

maestro John

Nelle foto:
1) operai 1928
2) impiegati del Lanificio con il dirigente 1956
3) squadra di calcio del Lanificio (1960)
4) Consiglio Comunale straordinario per il Lanificio







 

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Commenti:

ID80455 - 01/05/2019 17:28:06 (Venturellimario)
Aggiungo Manenti, Ciabattine, De Luca Goffi e chi ne ha più ne metta.Eravamo una potenza, ora quasi il nulla.Non dimentichiamo che Villanuova è praticamente nata grazie a questi due colossi industriali



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